domenica 18 dicembre 2016

Questione di volume


La parte di te che gli altri definiscono "spontanea" è la stessa che chiamano "irresponsabile" quando la suoni a volume troppo alto.
La parte di te che gli altri definiscono "coraggiosa" è la stessa che chiamano "sconsiderata" quando la suoni a volume troppo alto.
La parte di te che gli altri definiscono "sicura di sè" è la stessa che chiamano "egocentrica" quando la suoni a volume troppo alto.

Tutti i tuoi cosiddetti "peggiori difetti" non sono altro che le tue migliori qualità semplicemente regolate ad un volume troppo alto perchè la musica sia piacevole.

Le cose per cui gli altri si innamorano di te sono le stesse per cui ti criticheranno se hanno la sensazione di riceverne una quantità esagerata.
Ti ameranno per la tua capacità di "prendere decisioni rapidamente" ma se lo fai troppo spesso o con troppa forza ti chiameranno "prepotente".
Ti ameranno per il tuo "acuto senso dello humor" ma se lo manifesti troppo spesso o con troppa forza ti accuseranno di essere "cinico" o di "non prendere nulla sul serio".

Le parti di te che gli altri amano o criticano sono le stesse.
Dipende soltanto da come è regolato il volume.

(Walsch Neale D.)

domenica 11 dicembre 2016

Assertività, la carta dei diritti che a volte dimentichiamo


Quando lasciamo decidere agli altri, concediamo loro troppo spazio mettendo da parte noi stessi, li assecondiamo per evitare discussioni e malumori.

Quando non manifestiamo la nostra opinione anche se non siamo d'accordo e non ci esponiamo dicendo cosa pensiamo veramente, per paura di perdere stima, interesse, amore.

Quando mettiamo prima gli altri che noi stessi trascurando i nostri bisogni e desideri, perché si "deve" essere (sempre) disponibili.

Quando ci relazioniamo con un atteggiamento di passività, per paura di non piacere, di disturbare, di essere abbandonati.

Quando ci mostriamo sempre competenti e adeguati perché abbiamo bisogno di essere stimati e approvati.

Ma anche quando crediamo di potercela fare da soli, diventiamo competitivi, aggressivi, anche un po’ arroganti perché "per farsi rispettare bisogna fare così".
Quando sgomitiamo per farci sentire e vedere, cerchiamo di imporci alzando la voce...

Quante volte ci capitano situazioni del genere?
Quando queste situazioni accadono, non siamo assertivi.
Una persona è assertiva quando ha uno stile di comunicazione e comportamento caratterizzato da un atteggiamento positivo verso se stessa e gli altri.
Ben diversa da una persona passiva che rispetta gli altri, ma non se stessa
e da una persona aggressiva che invece rispetta se stessa ma calpesta gli altri.

La persona assertiva sa esprimere in modo chiaro ed efficace emozioni, sentimenti, convinzioni ed esigenze personali senza provare ansia o aggressività.

Esserlo significa mettersi al centro del proprio mondo per riuscire a dare un contributo alle relazioni, senza prevaricare gli altri o soffocare se stessi.
Avere il coraggio di essere chi siamo, semplicemente.

Poter costruire rapporti basati sulla reciprocità e autenticità e non sulla passività o aggressività.
Perché non sono gli altri ad approfittare di noi: semplicemente prendono lo spazio e il potere che noi lasciamo loro. Spesso siamo noi stessi a non riconoscere importanza e valore a quello che siamo e desideriamo o ad aver bisogno di imporci per farci sentire.

Ecco una mia piccola versione della "carta dei diritti" (che può apparire scontata, ma nella mia esperienza spesso non lo è) per costruire rapporti basati sulla reciprocità e l'autenticità, senza cadere vittima di prevaricazioni né prevaricare gli altri.

Da leggere (e rileggere) con calma e da esercitare nella vita quotidiana.

1. ho il diritto di fare qualsiasi cosa, purchè non danneggi nessun altro
2. ho il diritto di non giustificare i miei comportamenti adducendo ragioni, scuse o spiegazioni
3. ho il diritto di chiedere ciò che ritengo opportuno a un'altra persona, dal momento che riconosco all'altro l'identico diritto di rifiutare
4. ho il diritto ad avere ed esprimere opinioni personali non coincidenti con quelle altrui e ad essere ascoltato/a e preso/a in considerazione (non necessariamente condiviso)
5. ho il diritto di avere bisogni e necessità anche diverse da quelle delle altre persone
6. ho il diritto di chiedere aiuto
7. ho il diritto ad essere trattato sempre con rispetto
8. ho il diritto di essere me stesso/a e di essere unico/diverso
9. solo io ho il diritto di decidere se occuparmi o meno dei problemi degli altri, se essere responsabile per loro
10. ho il diritto di cambiare opinione, parere e modo di pensare
11. ho il diritto di sbagliare assumendomi le responsabilità delle eventuali conseguenze negative
12. ho il diritto di rifiutare una richiesta che mi porta via troppo tempo o risorse, di non soddisfare sempre le aspettative altrui, dire di no senza sentirmi in colpa
13. ho il diritto di dire “non capisco” a chi non mi dice chiaramente cosa si aspetta da me
14. ho il diritto di dire “non mi interessa” quando non voglio essere coinvolto/a in iniziative di altri
15. ho il diritto di dire “non so” quando mi si richiede una competenza che non ho.

Bene, ora che li hai letti... puoi ri-leggerli con calma, rifletterci e allenarti ad applicarli.
Buona lettura.

domenica 6 novembre 2016

Un padre, una figlia e l'amore che (non) finisce


Ieri Virginia mi ha chiesto: "Papà, ma se tu e la mamma vi lasciate chi è che tiene due figlie e chi una?"
Ero in cucina che stavo affettando le cipolle, la domanda mi ha colto di sorpresa.
"In che senso, Virginia?", ho detto.
"Siamo tre sorelle", ha detto, "la terza sorella non potete mica dividerla a metà!"
Mi è venuto da ridere. Stavo per risponderle: "Non ti preoccupare, amore, la mamma ed io non ci lasceremo mai", ma non volevo mentirle, perché so che ogni relazione s'inventa ogni giorno, e il torto più grande che puoi fare a te stesso, e agli altri, è proprio quello di crederti invincibile.
"Virginia", ho detto, "se per caso la mamma ed io un giorno ci separassimo vi vedremmo tutte e tre, un po' io e un po' la mamma, non ti preoccupare."
"Ma in Mrs. Doubtfire il papà vedeva i bambini solo il sabato", ha detto.
"Virginia, certe volte quando due genitori si lasciano possono succedere delle cose", ho detto. "Magari non si sono lasciati bene, ma litigando. Ma la mamma ed io siamo stati sempre d'accordo che, se anche ci lasciassimo, voi verreste sempre prima di tutto. Hai capito? Sempre."
Mi ha fissato in silenzio.
"Papà", ha detto d'un tratto. "Ma l'amore può finire?"
Ci ho pensato un attimo prima di rispondere.
"L'amore non finisce", ho detto, "sono le persone che cambiano."
"Le persone?", ha detto.
"Virginia", ho detto, "anche gli adulti crescono, sai? Tu adesso sei una bambina grande, sette anni fa eri una bambina piccola. Funziona un pochino così anche per le mamme e i papà. Io quando ho conosciuto la mamma ero una persona diversa, lo era anche lei. L'importante, quando due persone si amano, è riuscire a cambiare insieme o rispettare i cambiamenti dell'altro. I genitori, con i propri figli, fanno proprio quella cosa lì, invece fra loro certe volte non ci riescono. E' per quello che l'amore per i figli è l'unico che non finisce mai mai."
"Ma tu", ha detto, "quando hai incontrato la mamma, come hai fatto a sapere che era la mamma?"
"Non ho capito", ho detto.
"Come hai fatto a capire che volevi amarla?", ha detto.
"Ah, quello", ho detto. "L'ho capito dopo circa dieci minuti."
"E da cosa?", ha detto.
"Quando ci siamo incontrati la prima volta, si è sollevata i capelli dietro la nuca, sopra la testa, e si è fatta uno chignon senza neanche un elastico, solo annodandoli", ho detto.
"E allora?", ha detto.
"E allora lì ho capito che lei aveva disperatamente bisogno di un elastico", ho detto. "E io dei suoi capelli."
"E tu ce l'avevi, l'elastico?", ha detto.
"No", ho detto, "ma quando la mamma lo ha scoperto ormai mi voleva già bene."
"Papà!", ha detto, "ma allora l'hai imbrogliata."
"Forse un pochino", ho detto, "ma il punto è che la mamma è stata la prima che mi abbia mai fatto venire voglia di cercare un elastico, capisci che intendo?"
Mi ha guardato per qualche secondo.
"Tieni papà", mi ha detto, sfilandosi l'elastico che le teneva su i capelli. "Così tu e la mamma non vi lasciate."
Lei ha riso, io per fortuna stavo affettando le cipolle.
[Matteo Bussola]

venerdì 4 novembre 2016

Cos'è la psicoterapia?

"La terapia è un viaggio alla scoperta di sè.
Non è un viaggio rapido, nè facile e neanche privo di paure.
In certi casi può prendere l'intera esistenza, ma la ricompensa è il sentimento che la vita non sia passata invano"
(Alexander Lowen)



Psicologia e fotografia. Lo scrittore di luce

Cosa succede quando un fotografo e uno psicologo si incontrano?
Un piccolo assaggio di lettura psicologica sulla fotografia e il lavoro di Davide Pellegrino, estratto dal dvd "Lo scrittore di luce".


mercoledì 22 giugno 2016

Come aiutare un bambino ad accettare la morte di una persona cara

"La gente muore solo quando viene dimenticata.
Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te”
Isabel Allende

La morte di una persona cara è un momento molto doloroso e traumatico, soprattutto per i bambini.

I genitori che affrontano un lutto si trovano spesso in difficoltà quando devono spiegare ad un bambino che un loro familiare o amico è morto. Spesso hanno la tendenza ad evitare l'argomento, pensando di proteggere i propri figli.
Ma arriva sempre un momento in cui non si può nascondere la verità.


giovedì 16 giugno 2016

L'albero della vita. Intervista all'autrice Maria Angela Gelati


Benvenuta Maria Angela Gelati e grazie per aver accettato l'invito all'intervista.
Per iniziare, si può presentare ai nostri lettori.

Da diversi anni mi occupo - a livello professionale - di tanatologia e degli studi sulla morte (Death Studies).
In particolare dal 2007, anno di istituzione della manifestazione culturale denominata “Il Rumore del Lutto”, seguo le diverse iniziative, che si svolgono ogni anno, nella città di Parma, nei giorni della commemorazione dei defunti.

Di morte si parla spesso troppo poco e male. Da dove arriva il suo interesse per questi temi?
L’interesse per queste tematiche, che hanno trovato una prima considerazione nel periodo adolescenziale, è scaturito soprattutto durante la predisposizione della tesi universitaria nel 1996: l’argomento verteva sull'indagine valutativa di quanto la creazione delle aree cimiteriali di alcuni Comuni, situati lungo il corso del Po, fosse stata condizionata dal fiume stesso.
Da lì è stato naturale affrontare su più livelli il tema della morte, per poter trasmettere in modo ampio l'esperienza che ho acquisito, proponendo idee e progetti per un cambio di mentalità.

Cos'è "Il rumore del lutto"?
Il Rumore del Lutto è un progetto culturale che nasce a Parma nel 2007, da un’idea mia e di Marco Pipitone.
Nell'ambito dello studio della tanatologia, il progetto rappresenta un nuovo spazio di dialogo e riflessione sulla vita e sulla morte, attraverso il colloquio interdisciplinare e trasversale fra differenti ambiti, per analizzare la morte e il morire da più punti di vista.
L’esigenza di trovare, nella città dei vivi, una modalità alternativa per vivere i giorni dedicati alla memoria dei defunti e renderne la ritualità più completa, avvicina i partecipanti per aiutare ed aiutarsi ad affrontare e comprendere il concetto più arduo, controverso e sfuggente di sempre: la morte.

Si occupa di "death education". Si pensa spesso che bambini e ragazzi non siano pronti per questi temi: ma è possibile educare alla morte? Quante volte l'urto del lutto ci coglie impreparati anche da adulti? C'è un'età "giusta" per riflettere sulla morte?
La Death Education, diffusa e affermata nel mondo anglosassone già dagli anni settanta del secolo scorso, è stata recepita nell'ultimo decennio dalla pedagogia italiana, introducendo percorsi formativi per educare alla morte. Percorsi che possono essere affrontati su più livelli, attraverso una serie di attività educative finalizzate a trattare, con metodologie didattiche appropriate, temi ed esperienze relative alla morte che richiedono il coinvolgimento della scuola e della famiglia.
La loro introduzione a scuola, sulla base di programmi e progetti strutturati in base alle facoltà cognitive, alla sensibilità ed al contesto in cui gli studenti vivono, consentono a bambini e adolescenti di intraprendere un percorso per comprendere che cosa significa vivere e soprattutto dover morire.
La Death Education rende possibile la trasformazione dell’emozione legata alla paura in un sentimento di positività e di accoglienza della morte, perché parte della stessa vita.
Proprio per la loro finalità, questi percorsi possono essere rivolti anche agli adulti, per aiutarli ad affrontare il lutto, perché non esiste un’età particolare, anche se contraddistinta dalla maturità o dalla coscienza, per affrontare il dolore legato alla fine della vita.

Ha da poco pubblicato «L’albero della vita», breve fiaba illustrata, leggera come un soffio e preziosa per tutti: non solo per i bambini e gli adolescenti, ma anche per gli adulti.
Come la descriverebbe?

Non è facile descrivere una favola, quando si identifica come uno strumento di sostegno all'esperienza del lutto.
La storia della piccola principessa Isotta, capace di aprirsi alla sorpresa di una vita che mai finisce, superando la tristezza ed il senso di smarrimento per la perdita di una persona cara, è sicuramente un esempio di Death Education per tutti, bambini adolescenti ed adulti.
È una storia che ci rende consapevoli dei nostri limiti ed al contempo evoca il disperato desiderio di trascenderli, donandoci una chiave di lettura per riuscire a sciogliere il dolore del distacco ed a rivelarci la luce che da sempre mostra l’essere oltre l’esistere.

mercoledì 8 giugno 2016

La volpe, l'uva e la dissonanza cognitiva

Capita spesso nella vita quotidiana che i risultati delle scelte che facciamo non corrispondano alle nostre aspettative.
Succede allora di trovarsi in una sensazione di disagio, legata all'incongruità che sentiamo.

Questo accade perché la mente è costantemente impegnata a far combaciare i nostri pensieri, emozioni ed esperienze e non tollera di buon grado il senso di incoerenza, il fatto che ognuna di queste variabili non vada nella stessa direzione.

La nostra mente tende all'armonia, e la percezione di una dissonanza ci pone quindi in una condizione di insofferenza.
Giustificare le proprie scelte contro ogni ragionevole dubbio è un processo psicologico molto comune noto come “dissonanza cognitiva”.