domenica 6 novembre 2016

Un padre, una figlia e l'amore che (non) finisce


Ieri Virginia mi ha chiesto: "Papà, ma se tu e la mamma vi lasciate chi è che tiene due figlie e chi una?"
Ero in cucina che stavo affettando le cipolle, la domanda mi ha colto di sorpresa.
"In che senso, Virginia?", ho detto.
"Siamo tre sorelle", ha detto, "la terza sorella non potete mica dividerla a metà!"
Mi è venuto da ridere. Stavo per risponderle: "Non ti preoccupare, amore, la mamma ed io non ci lasceremo mai", ma non volevo mentirle, perché so che ogni relazione s'inventa ogni giorno, e il torto più grande che puoi fare a te stesso, e agli altri, è proprio quello di crederti invincibile.
"Virginia", ho detto, "se per caso la mamma ed io un giorno ci separassimo vi vedremmo tutte e tre, un po' io e un po' la mamma, non ti preoccupare."
"Ma in Mrs. Doubtfire il papà vedeva i bambini solo il sabato", ha detto.
"Virginia, certe volte quando due genitori si lasciano possono succedere delle cose", ho detto. "Magari non si sono lasciati bene, ma litigando. Ma la mamma ed io siamo stati sempre d'accordo che, se anche ci lasciassimo, voi verreste sempre prima di tutto. Hai capito? Sempre."
Mi ha fissato in silenzio.
"Papà", ha detto d'un tratto. "Ma l'amore può finire?"
Ci ho pensato un attimo prima di rispondere.
"L'amore non finisce", ho detto, "sono le persone che cambiano."
"Le persone?", ha detto.
"Virginia", ho detto, "anche gli adulti crescono, sai? Tu adesso sei una bambina grande, sette anni fa eri una bambina piccola. Funziona un pochino così anche per le mamme e i papà. Io quando ho conosciuto la mamma ero una persona diversa, lo era anche lei. L'importante, quando due persone si amano, è riuscire a cambiare insieme o rispettare i cambiamenti dell'altro. I genitori, con i propri figli, fanno proprio quella cosa lì, invece fra loro certe volte non ci riescono. E' per quello che l'amore per i figli è l'unico che non finisce mai mai."
"Ma tu", ha detto, "quando hai incontrato la mamma, come hai fatto a sapere che era la mamma?"
"Non ho capito", ho detto.
"Come hai fatto a capire che volevi amarla?", ha detto.
"Ah, quello", ho detto. "L'ho capito dopo circa dieci minuti."
"E da cosa?", ha detto.
"Quando ci siamo incontrati la prima volta, si è sollevata i capelli dietro la nuca, sopra la testa, e si è fatta uno chignon senza neanche un elastico, solo annodandoli", ho detto.
"E allora?", ha detto.
"E allora lì ho capito che lei aveva disperatamente bisogno di un elastico", ho detto. "E io dei suoi capelli."
"E tu ce l'avevi, l'elastico?", ha detto.
"No", ho detto, "ma quando la mamma lo ha scoperto ormai mi voleva già bene."
"Papà!", ha detto, "ma allora l'hai imbrogliata."
"Forse un pochino", ho detto, "ma il punto è che la mamma è stata la prima che mi abbia mai fatto venire voglia di cercare un elastico, capisci che intendo?"
Mi ha guardato per qualche secondo.
"Tieni papà", mi ha detto, sfilandosi l'elastico che le teneva su i capelli. "Così tu e la mamma non vi lasciate."
Lei ha riso, io per fortuna stavo affettando le cipolle.
[Matteo Bussola]

venerdì 4 novembre 2016

Cos'è la psicoterapia?

"La terapia è un viaggio alla scoperta di sè.
Non è un viaggio rapido, nè facile e neanche privo di paure.
In certi casi può prendere l'intera esistenza, ma la ricompensa è il sentimento che la vita non sia passata invano"
(Alexander Lowen)



Psicologia e fotografia. Lo scrittore di luce

Cosa succede quando un fotografo e uno psicologo si incontrano?
Un piccolo assaggio di lettura psicologica sulla fotografia e il lavoro di Davide Pellegrino, estratto dal dvd "Lo scrittore di luce".


mercoledì 22 giugno 2016

Come aiutare un bambino ad accettare la morte di una persona cara

"La gente muore solo quando viene dimenticata.
Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te”
Isabel Allende

La morte di una persona cara è un momento molto doloroso e traumatico, soprattutto per i bambini.

I genitori che affrontano un lutto si trovano spesso in difficoltà quando devono spiegare ad un bambino che un loro familiare o amico è morto. Spesso hanno la tendenza ad evitare l'argomento, pensando di proteggere i propri figli.
Ma arriva sempre un momento in cui non si può nascondere la verità.


giovedì 16 giugno 2016

L'albero della vita. Intervista all'autrice Maria Angela Gelati


Benvenuta Maria Angela Gelati e grazie per aver accettato l'invito all'intervista.
Per iniziare, si può presentare ai nostri lettori.

Da diversi anni mi occupo - a livello professionale - di tanatologia e degli studi sulla morte (Death Studies).
In particolare dal 2007, anno di istituzione della manifestazione culturale denominata “Il Rumore del Lutto”, seguo le diverse iniziative, che si svolgono ogni anno, nella città di Parma, nei giorni della commemorazione dei defunti.

Di morte si parla spesso troppo poco e male. Da dove arriva il suo interesse per questi temi?
L’interesse per queste tematiche, che hanno trovato una prima considerazione nel periodo adolescenziale, è scaturito soprattutto durante la predisposizione della tesi universitaria nel 1996: l’argomento verteva sull'indagine valutativa di quanto la creazione delle aree cimiteriali di alcuni Comuni, situati lungo il corso del Po, fosse stata condizionata dal fiume stesso.
Da lì è stato naturale affrontare su più livelli il tema della morte, per poter trasmettere in modo ampio l'esperienza che ho acquisito, proponendo idee e progetti per un cambio di mentalità.

Cos'è "Il rumore del lutto"?
Il Rumore del Lutto è un progetto culturale che nasce a Parma nel 2007, da un’idea mia e di Marco Pipitone.
Nell'ambito dello studio della tanatologia, il progetto rappresenta un nuovo spazio di dialogo e riflessione sulla vita e sulla morte, attraverso il colloquio interdisciplinare e trasversale fra differenti ambiti, per analizzare la morte e il morire da più punti di vista.
L’esigenza di trovare, nella città dei vivi, una modalità alternativa per vivere i giorni dedicati alla memoria dei defunti e renderne la ritualità più completa, avvicina i partecipanti per aiutare ed aiutarsi ad affrontare e comprendere il concetto più arduo, controverso e sfuggente di sempre: la morte.

Si occupa di "death education". Si pensa spesso che bambini e ragazzi non siano pronti per questi temi: ma è possibile educare alla morte? Quante volte l'urto del lutto ci coglie impreparati anche da adulti? C'è un'età "giusta" per riflettere sulla morte?
La Death Education, diffusa e affermata nel mondo anglosassone già dagli anni settanta del secolo scorso, è stata recepita nell'ultimo decennio dalla pedagogia italiana, introducendo percorsi formativi per educare alla morte. Percorsi che possono essere affrontati su più livelli, attraverso una serie di attività educative finalizzate a trattare, con metodologie didattiche appropriate, temi ed esperienze relative alla morte che richiedono il coinvolgimento della scuola e della famiglia.
La loro introduzione a scuola, sulla base di programmi e progetti strutturati in base alle facoltà cognitive, alla sensibilità ed al contesto in cui gli studenti vivono, consentono a bambini e adolescenti di intraprendere un percorso per comprendere che cosa significa vivere e soprattutto dover morire.
La Death Education rende possibile la trasformazione dell’emozione legata alla paura in un sentimento di positività e di accoglienza della morte, perché parte della stessa vita.
Proprio per la loro finalità, questi percorsi possono essere rivolti anche agli adulti, per aiutarli ad affrontare il lutto, perché non esiste un’età particolare, anche se contraddistinta dalla maturità o dalla coscienza, per affrontare il dolore legato alla fine della vita.

Ha da poco pubblicato «L’albero della vita», breve fiaba illustrata, leggera come un soffio e preziosa per tutti: non solo per i bambini e gli adolescenti, ma anche per gli adulti.
Come la descriverebbe?

Non è facile descrivere una favola, quando si identifica come uno strumento di sostegno all'esperienza del lutto.
La storia della piccola principessa Isotta, capace di aprirsi alla sorpresa di una vita che mai finisce, superando la tristezza ed il senso di smarrimento per la perdita di una persona cara, è sicuramente un esempio di Death Education per tutti, bambini adolescenti ed adulti.
È una storia che ci rende consapevoli dei nostri limiti ed al contempo evoca il disperato desiderio di trascenderli, donandoci una chiave di lettura per riuscire a sciogliere il dolore del distacco ed a rivelarci la luce che da sempre mostra l’essere oltre l’esistere.

mercoledì 8 giugno 2016

La volpe, l'uva e la dissonanza cognitiva

Capita spesso nella vita quotidiana che i risultati delle scelte che facciamo non corrispondano alle nostre aspettative.
Succede allora di trovarsi in una sensazione di disagio, legata all'incongruità che sentiamo.

Questo accade perché la mente è costantemente impegnata a far combaciare i nostri pensieri, emozioni ed esperienze e non tollera di buon grado il senso di incoerenza, il fatto che ognuna di queste variabili non vada nella stessa direzione.

La nostra mente tende all'armonia, e la percezione di una dissonanza ci pone quindi in una condizione di insofferenza.
Giustificare le proprie scelte contro ogni ragionevole dubbio è un processo psicologico molto comune noto come “dissonanza cognitiva”.

martedì 31 maggio 2016

La fatica di crescere. La favola del salmone con gli occhiali

Tutti i passaggi da una situazione a un'altra comportano spesso una fatica dal punto di vista emotivo e psicologico.

Anche quando passiamo verso qualcosa che abbiamo scelto e che ci piace, ci sarà sempre una tensione del dover affrontare una situazione sconosciuta, nell'abbandonare quello che ci è familiare e noto.

Possiamo pensare a molti momenti della nostra vita: dall'uscita dalla famiglia di origine, al lavoro, al matrimonio, alla nascita del primo figlio, al crescere dei figli, alla morte dei propri genitori...

Per il bambino che cresce, cambiare ed evolvere è una condizione abituale e costante.
La favola che riporto con qualche riflessione (tratta dalla raccolta di racconti della collega Alba Marcoli) rende bene il senso della fatica che fa un bambino nell'abbandonare le sue sicurezze infantili per avviarsi verso l'adolescenza (e l'età adulta).


lunedì 23 maggio 2016

Come liberarsi dalle ansie. L'albero delle preoccupazioni

"Le preoccupazioni consentono alle piccole cose di proiettare delle ombre molto lunghe" (proverbio svedese)

Siamo spesso oppressi da mille preoccupazioni.
Può essere il denaro che sembra non bastare mai, o gli stress sul lavoro, o questioni di cuore con il partner, o molti altri motivi...
Poco importa, ognuno di noi ha la propria “collezione” di piccoli problemi e preoccupazioni.
Non sorprende che alcune persone se le portino persino dietro anche quando sono in vacanza, nel fine settimana, nel tempo libero, senza "staccare" mai.

Come si possono affrontare queste situazioni?
Lascia che ti racconti una storiella letta recentemente.