domenica 19 febbraio 2017

L'albero dei desideri


Leggenda cinese
Per chi pensa che la causa di emozioni e sentimenti sia sempre ESTERNA, per cui si può fare ben poco per controllarli, per superare i cambiamenti, le difficoltà, la depressione, l'ansia...

Un viandante cinese, stanco e sfinito da lunghe peregrinazioni, sedette sotto un albero per riposarsi un po’. Ma ignorava di aver preso stanza sotto l’Albero Divino: l’Albero della Preghiera che sale direttamente a Dio, giungendo ad esaurire ogni moto dell’animo.

Gli venne in mente che sarebbe stato ben piacevole potersi distendere su di un soffice letto per schiacciare un sonnellino. Appena sorta in lui quest’idea, ecco comparirgli dinanzi un allettante giaciglio. Piacevolmente sorpreso, il viaggiatore vi si distese beato.

Presto gli venne anche fame. “Perché non chiedere qualcosina da buttar giù?” E subito si vide davanti una quantità di cibi squisiti.

Allora pensò che sarebbe stato ben dolce avere accanto a sé una presenza che gli tenesse un po’ di compagnia. E subito apparve al suo fianco una deliziosa fanciulla che prese a fargli vento con un ventaglio di piume.

Rinvigorito e saziato, il viandante cominciò a rimuginare su tutti quei singolari interventi. Ma invece di render grazie, si lasciò invadere dalla diffidenza e dal dubbio.
“Qui gatta ci cova”, pensò, “certo sono stato attirato in un tranello per servire da esca a qualche belva in agguato”.

Non appena ebbe formulato questo pensiero, si trovò chiuso in una gabbia in compagnia di una tigre che, senza tanti complimenti, se lo divorò.

[La nostra mente è popolata di pensieri e desideri. E capita spesso che si avverino...]

Aiutare è un atto di forza


Storiella dedicata a chi pensa che DEVE sempre mostrarsi adeguato e competente in tutto ciò che fa.

Un giorno, un bambino cercava di sollevare una grossa pietra, ma non riusciva a smuoverla.
Suo padre, che l’osservava, alla fine gli disse:
– Sei certo che stai usando tutta la tua forza?
– Sì – gridò il bambino.
– Non è vero, non mi hai chiesto di aiutarti.
(Anonimo)

domenica 29 gennaio 2017

Emozioni dolorose: gestirle o affrontarle?

"Quando qualcuno vi chiede "Come ti senti?", è difficilissimo trasformare processi neurali così elusivi e dinamici in un'asserzione verbale"
(Daniel J. Siegel, psichiatra, 1999)

Ci sono sensazioni ed emozioni a volte troppo intense, spaventose, pericolose...
Ma dobbiamo sapere che delle emozioni dolorose possiamo farne tendenzialmente due cose: gestirle oppure affrontarle.


Gestire le emozioni difficili significa cercare di trasformare il nostro stato d'animo negativo in qualcosa di più positivo. Succede spesso in questi modi:

  • Agire, fare qualcosa: ad esempio, mettere in ordine, fare le pulizie, controllare in modo ossessivo qualcosa o qualcuno, allontanarsi, mangiare, bere o fumare, assumere droghe, attaccare qualcuno. Persino togliersi la vita è un modo estremo di gestire le emozioni attraverso l'azione
  • Sostituire l'emozione dolorosa con una più facile da comunicare e gestire: ad esempio sostituire sensazioni di rabbia o dolore con altre più tollerabili, con frasi come "Sono stanco", "Ho fame", "Sono confuso"
  • Concentrarsi su un'emozione meno minacciosa: ad esempio un uomo invece di ammettere di essere arrabbiato con sua moglie, si può mostrare più preoccupato, chessò, che possa rompersi la caldaia...
  • Rimpiazzare l'emozione dolorosa con una preoccupazione per un sintomo corporeo: la paura suscitata da sensazioni mentali pericolose si concentra e si trasforma in paura per sintomi corporei, a volte fino a generarli effettivamente.

Gestire le emozioni dolorose quindi non significa riflettere o accettarle in modo da poterle affrontare, ma ricorrere ad azioni specifiche o espedienti mentali più o meno consapevoli per smettere di provarle, impedire che arrivino alla coscienza, evitare perfino di ammettere che esistano.

Al contrario, affrontare le emozioni dolorose significa accettarle e riflettere su di esse, meglio se in presenza di un altro che, con empatia, possa essere d'aiuto.

E' affrontando le emozioni provocate dalle esperienze relazionali dolorose che le si può assimilare e cambiare.

Al contrario, se non si affrontano, possono continuare a fare danni nella vita di una persona, anche a lungo termine.
Perchè il passato non può diventare tale finchè non viene affrontato nel presente.

domenica 22 gennaio 2017

Quando qualcuno mi dice "Mi sento depresso"


"Quando qualcuno mi dice <Mi sento depresso>, io non so che cosa significhi, è un'affermazione vuota.
Nessun contenuto sensoriale, nessuna immagine.
La parola è un compromesso con la depressione, che aiuta a reprimerla, ammettendola in modo vago, astratto.
Perciò nella pratica, io voglio ottenere risposte più precise, arrivare al linguaggio di Venere, a esprimere con le parole la sostanza, l'immagine dello stato dell'anima, la sua inclinazione complessiva: tutto ciò che è scomparso sotto il peso di un termine <tecnico> vacuo e insulso come <depressione>.
Questo è un terribile impoverimento dell'esperienza reale"
(James Hillman, 1983)

Il lutto in adolescenza

Il processo di elaborazione del lutto è sempre complesso, ma quando la morte di un genitore o di una persona cara avviene durante l'adolescenza lo può essere di più.


Sappiamo che l'adolescenza, con i suoi grandi mutamenti fisici, psicologici e relazionali è una fase di transizione critica della vita: il corpo e la mente cambiano e abbandonano i loro tratti infantili e debuttano nel mondo adulto.

L'adolescente si trova a metà strada tra il mondo infantile e quello adulto, oscilla tra dipendenza-attaccamento e aggressività-insofferenza nei confronti della famiglia e delle sue regole. Comincia ad affermare e costruire la propria identità, ma per fare ciò deve abbandonare le sicurezze e il senso di protezione dell'infanzia e iniziare un necessario processo di distanziamento dai genitori.

La morte di un genitore costituisce così un fattore di rischio ed una interferenza in questo processo di crescita.
Durante l'adolescenza la morte di un genitore, di un familiare, o di un amico, risulta un'esperienza particolarmente difficile da affrontare.
Gli adolescenti si sentono onnipotenti, considerano stessi e gli altri invincibili e immortali; nel loro immaginario solo le persone anziane muoiono, quindi la morte di una persona cara diventa difficile da elaborare.

Gli effetti della morte di un genitore sull'equilibrio emotivo e psicologico del figlio dipendono dalla sua età, delle modificazioni avvenute in seguito (capacità dell'altro genitore di superarla, il modo in cui il genitore superstite comunica col figlio, il ruolo svolto dai parenti e dagli adulti di riferimento, ecc.), e dalle circostanze della morte (ad es. improvvisa, come nel caso di un incidente, oppure dopo una lunga malattia, o per suicidio, o per morte naturale, presenza o meno del ragazzo al momento della morte del genitore).

Esistono naturalmente differenze se il lutto insorge nella prima adolescenza (dai 12 ai 14 anni) quando i ragazzi dipendono ancora largamente dalle figure genitoriali e adulte, o invece nella seconda adolescenza (tra i 14-18 anni), quando il mondo esterno, soprattutto il gruppo dei pari, diventa un significativo punto di riferimento.

Quando un genitore muore, in primo luogo prevalgono i processi difensivi e la negazione del dolore, per poter andare avanti continuando a sentirsi vivi e per proteggersi da vissuti angosciosi e intollerabili.

Sono spesso in primo piano depressione e sintomi correlati (disinteresse, isolamento sociale, disinvestimento scolastico, disturbi somatici e del comportamento, ecc.) e sentimenti di colpa nei riguardi del genitore scomparso: l'adolescente ha spesso dei rimorsi di non essere stato abbastanza ubbidiente, di non aver mostrato il suo amore, ascoltato i consigli e le raccomandazioni, di non essere stato capace di evitare la morte della persona, di non averla potuta "salvare".

E' frequente che gli adolescenti si esprimano più attraverso manifestazioni di rabbia che di tristezza, non solo perchè la rabbia tiene a bada e nasconde il dolore, ma anche perchè è un'emozione con cui hanno più familiarità.

E' possibile aiutare gli adolescenti nel processo di elaborazione del lutto incoraggiandoli ad esprimere le proprie emozioni, le proprie sensazioni, e rassicurarli sul fatto che il pianto, la rabbia, il senso di colpa, la tristezza, l'apatia, il senso di inutilità, la nostalgia, la paura, la disperazione che provano sono normali.

E' importante ascoltare quello che i ragazzi si sentono di dire, senza pensare di dover necessariamente fornire risposte o soluzioni.

Evitare di parlare della morte e delle emozioni legate al lutto non cancella il dolore, ma lo rinvia solo e lo inasprisce.

E' importante per gli adolescenti, inoltre, poter riprendere al più presto la loro abituale routine.

Gli adolescenti in lutto possono manifestare molti segnali di disagio come ad es. calo del rendimento scolastico, comportamenti a rischio (es. abuso di droghe o alcol), depressione, irrequietezza, ansia, difficoltà del sonno, perdita di autostima, disturbi del comportamento alimentare, deterioramento delle relazioni con la famiglia o con gli amici, atteggiamenti insolitamente protettivi e adulti  o, viceversa, insolitamente aggressivi e violenti nei confronti degli altri familiari.

Questi comportamenti sono indicazioni che l'adolescente sta incontrando difficoltà ad affrontare da solo la perdita di una persona cara ed è pertanto importante non trascurarli in una fase di vita così delicata di transizione e di formazione di un "Io" adulto.

La presenza solida, costante e affettiva dell'adulto (genitori, parenti, amici, insegnanti, consulenza di uno psicologo) è fondamentale nella fase del lutto.

domenica 18 dicembre 2016

Questione di volume


La parte di te che gli altri definiscono "spontanea" è la stessa che chiamano "irresponsabile" quando la suoni a volume troppo alto.
La parte di te che gli altri definiscono "coraggiosa" è la stessa che chiamano "sconsiderata" quando la suoni a volume troppo alto.
La parte di te che gli altri definiscono "sicura di sè" è la stessa che chiamano "egocentrica" quando la suoni a volume troppo alto.

Tutti i tuoi cosiddetti "peggiori difetti" non sono altro che le tue migliori qualità semplicemente regolate ad un volume troppo alto perchè la musica sia piacevole.

Le cose per cui gli altri si innamorano di te sono le stesse per cui ti criticheranno se hanno la sensazione di riceverne una quantità esagerata.
Ti ameranno per la tua capacità di "prendere decisioni rapidamente" ma se lo fai troppo spesso o con troppa forza ti chiameranno "prepotente".
Ti ameranno per il tuo "acuto senso dello humor" ma se lo manifesti troppo spesso o con troppa forza ti accuseranno di essere "cinico" o di "non prendere nulla sul serio".

Le parti di te che gli altri amano o criticano sono le stesse.
Dipende soltanto da come è regolato il volume.

(Walsch Neale D.)

domenica 11 dicembre 2016

Assertività, la carta dei diritti che a volte dimentichiamo


Quando lasciamo decidere agli altri, concediamo loro troppo spazio mettendo da parte noi stessi, li assecondiamo per evitare discussioni e malumori.

Quando non manifestiamo la nostra opinione anche se non siamo d'accordo e non ci esponiamo dicendo cosa pensiamo veramente, per paura di perdere stima, interesse, amore.

Quando mettiamo prima gli altri che noi stessi trascurando i nostri bisogni e desideri, perché si "deve" essere (sempre) disponibili.

Quando ci relazioniamo con un atteggiamento di passività, per paura di non piacere, di disturbare, di essere abbandonati.

Quando ci mostriamo sempre competenti e adeguati perché abbiamo bisogno di essere stimati e approvati.

Ma anche quando crediamo di potercela fare da soli, diventiamo competitivi, aggressivi, anche un po’ arroganti perché "per farsi rispettare bisogna fare così".
Quando sgomitiamo per farci sentire e vedere, cerchiamo di imporci alzando la voce...

Quante volte ci capitano situazioni del genere?
Quando queste situazioni accadono, non siamo assertivi.
Una persona è assertiva quando ha uno stile di comunicazione e comportamento caratterizzato da un atteggiamento positivo verso se stessa e gli altri.
Ben diversa da una persona passiva che rispetta gli altri, ma non se stessa
e da una persona aggressiva che invece rispetta se stessa ma calpesta gli altri.

La persona assertiva sa esprimere in modo chiaro ed efficace emozioni, sentimenti, convinzioni ed esigenze personali senza provare ansia o aggressività.

Esserlo significa mettersi al centro del proprio mondo per riuscire a dare un contributo alle relazioni, senza prevaricare gli altri o soffocare se stessi.
Avere il coraggio di essere chi siamo, semplicemente.

Poter costruire rapporti basati sulla reciprocità e autenticità e non sulla passività o aggressività.
Perché non sono gli altri ad approfittare di noi: semplicemente prendono lo spazio e il potere che noi lasciamo loro. Spesso siamo noi stessi a non riconoscere importanza e valore a quello che siamo e desideriamo o ad aver bisogno di imporci per farci sentire.

Ecco una mia piccola versione della "carta dei diritti" (che può apparire scontata, ma nella mia esperienza spesso non lo è) per costruire rapporti basati sulla reciprocità e l'autenticità, senza cadere vittima di prevaricazioni né prevaricare gli altri.

Da leggere (e rileggere) con calma e da esercitare nella vita quotidiana.

1. ho il diritto di fare qualsiasi cosa, purchè non danneggi nessun altro
2. ho il diritto di non giustificare i miei comportamenti adducendo ragioni, scuse o spiegazioni
3. ho il diritto di chiedere ciò che ritengo opportuno a un'altra persona, dal momento che riconosco all'altro l'identico diritto di rifiutare
4. ho il diritto ad avere ed esprimere opinioni personali non coincidenti con quelle altrui e ad essere ascoltato/a e preso/a in considerazione (non necessariamente condiviso)
5. ho il diritto di avere bisogni e necessità anche diverse da quelle delle altre persone
6. ho il diritto di chiedere aiuto
7. ho il diritto ad essere trattato sempre con rispetto
8. ho il diritto di essere me stesso/a e di essere unico/diverso
9. solo io ho il diritto di decidere se occuparmi o meno dei problemi degli altri, se essere responsabile per loro
10. ho il diritto di cambiare opinione, parere e modo di pensare
11. ho il diritto di sbagliare assumendomi le responsabilità delle eventuali conseguenze negative
12. ho il diritto di rifiutare una richiesta che mi porta via troppo tempo o risorse, di non soddisfare sempre le aspettative altrui, dire di no senza sentirmi in colpa
13. ho il diritto di dire “non capisco” a chi non mi dice chiaramente cosa si aspetta da me
14. ho il diritto di dire “non mi interessa” quando non voglio essere coinvolto/a in iniziative di altri
15. ho il diritto di dire “non so” quando mi si richiede una competenza che non ho.

Bene, ora che li hai letti... puoi ri-leggerli con calma, rifletterci e allenarti ad applicarli.
Buona lettura.

domenica 6 novembre 2016

Un padre, una figlia e l'amore che (non) finisce


Ieri Virginia mi ha chiesto: "Papà, ma se tu e la mamma vi lasciate chi è che tiene due figlie e chi una?"
Ero in cucina che stavo affettando le cipolle, la domanda mi ha colto di sorpresa.
"In che senso, Virginia?", ho detto.
"Siamo tre sorelle", ha detto, "la terza sorella non potete mica dividerla a metà!"
Mi è venuto da ridere. Stavo per risponderle: "Non ti preoccupare, amore, la mamma ed io non ci lasceremo mai", ma non volevo mentirle, perché so che ogni relazione s'inventa ogni giorno, e il torto più grande che puoi fare a te stesso, e agli altri, è proprio quello di crederti invincibile.
"Virginia", ho detto, "se per caso la mamma ed io un giorno ci separassimo vi vedremmo tutte e tre, un po' io e un po' la mamma, non ti preoccupare."
"Ma in Mrs. Doubtfire il papà vedeva i bambini solo il sabato", ha detto.
"Virginia, certe volte quando due genitori si lasciano possono succedere delle cose", ho detto. "Magari non si sono lasciati bene, ma litigando. Ma la mamma ed io siamo stati sempre d'accordo che, se anche ci lasciassimo, voi verreste sempre prima di tutto. Hai capito? Sempre."
Mi ha fissato in silenzio.
"Papà", ha detto d'un tratto. "Ma l'amore può finire?"
Ci ho pensato un attimo prima di rispondere.
"L'amore non finisce", ho detto, "sono le persone che cambiano."
"Le persone?", ha detto.
"Virginia", ho detto, "anche gli adulti crescono, sai? Tu adesso sei una bambina grande, sette anni fa eri una bambina piccola. Funziona un pochino così anche per le mamme e i papà. Io quando ho conosciuto la mamma ero una persona diversa, lo era anche lei. L'importante, quando due persone si amano, è riuscire a cambiare insieme o rispettare i cambiamenti dell'altro. I genitori, con i propri figli, fanno proprio quella cosa lì, invece fra loro certe volte non ci riescono. E' per quello che l'amore per i figli è l'unico che non finisce mai mai."
"Ma tu", ha detto, "quando hai incontrato la mamma, come hai fatto a sapere che era la mamma?"
"Non ho capito", ho detto.
"Come hai fatto a capire che volevi amarla?", ha detto.
"Ah, quello", ho detto. "L'ho capito dopo circa dieci minuti."
"E da cosa?", ha detto.
"Quando ci siamo incontrati la prima volta, si è sollevata i capelli dietro la nuca, sopra la testa, e si è fatta uno chignon senza neanche un elastico, solo annodandoli", ho detto.
"E allora?", ha detto.
"E allora lì ho capito che lei aveva disperatamente bisogno di un elastico", ho detto. "E io dei suoi capelli."
"E tu ce l'avevi, l'elastico?", ha detto.
"No", ho detto, "ma quando la mamma lo ha scoperto ormai mi voleva già bene."
"Papà!", ha detto, "ma allora l'hai imbrogliata."
"Forse un pochino", ho detto, "ma il punto è che la mamma è stata la prima che mi abbia mai fatto venire voglia di cercare un elastico, capisci che intendo?"
Mi ha guardato per qualche secondo.
"Tieni papà", mi ha detto, sfilandosi l'elastico che le teneva su i capelli. "Così tu e la mamma non vi lasciate."
Lei ha riso, io per fortuna stavo affettando le cipolle.
[Matteo Bussola]

venerdì 4 novembre 2016

Cos'è la psicoterapia?

"La terapia è un viaggio alla scoperta di sè.
Non è un viaggio rapido, nè facile e neanche privo di paure.
In certi casi può prendere l'intera esistenza, ma la ricompensa è il sentimento che la vita non sia passata invano"
(Alexander Lowen)



Psicologia e fotografia. Lo scrittore di luce

Cosa succede quando un fotografo e uno psicologo si incontrano?
Un piccolo assaggio di lettura psicologica sulla fotografia e il lavoro di Davide Pellegrino, estratto dal dvd "Lo scrittore di luce".